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Lettera Aperta

Care Motocicliste,
sono un appassionato di moto e vorrei raccontarvi la mia esperienza relativamente alle incertezze che la proposta di cimentarsi in un corso di guida in pista ha provocato.

Ho avuto la prima moto a sette anni, si trattava di un Morini Gipsy dal telaio rosso, la sella nera e il serbatoio bianco. Era una piccola moto da cross. Poi ebbi un Fantic Motor verde di una bruttezza straordinaria. Seguirono un Ciao blu e una discreta serie di altri veicoli. Ho percorso in moto qualcosa come trecentomila chilometri, di cui quasi duecentomila con una R80GS seconda serie. Credevo di essere un guidatore esperto finche' non entrai in un negozio per comprare una nuova giacca.

Mi piacquero subito i proprietari del negozietto: non avevano niente in pronta consegna, ma persero un sacco di tempo con me e parlammo a lungo di moto come se ci conoscessimo da una vita. Tornai spesso a trovarli, anche solo per prendere un caffe' e scambiare due parole finche' mi proposero di aggregarmi al loro gruppo per un'uscita domenicale.

Ebbi la fortuna di debuttare in occasione di una passeggiata in versione familiare, con passeggeri al seguito e quindi ad andatura "tranquilla". Guardandoli - essendo l'ultimo della fila ne avevo l'opportunita' - fui colpito dalla perfezione dei gesti della maggior parte di loro, filavano come palle di fucile in formazione impeccabile: una moto dietro l'altra leggermente sfalsati. Era evidente che uscivano da molto tempo insieme e avevano raggiunto un livello per me impensabile di sintonia. Mi affascinarono le luci degli stop, che si accendevano in sequenza come le stelline dell'albero di natale; infatti frenavano tutti nello stesso punto. Ed erano veloci, troppo veloci per me. La cosa pazzesca era che l'unico che rischiava di farsi male ero io, che sbagliavo ogni traiettoria, che frenavo in maniera scomposta, che ero terrorizzato ogni volta che - per un motivo o per l'altro - finivo fuori dalla linea ideale.

Per un istante mi passo' per la testa la "sentenza del chiodo": questi sono tutti matti, finiranno per ammazzarsi. Poi la ragione ebbe il sopravvento e fui costretto a riconoscere che il problema era un altro: io non sapevo guidare. Ripensai a tutte le volte che mi ero trovato in situazioni rischiose e mi resi finalmente conto che nella maggior parte dei casi il problema era la mia incapacita' di reagire all'imprevisto.

Mi sono messo di buzzo buono e ho ricominciato daccapo. Pensavo che le moto sportive fossero intrinsecamente pericolose, la pista un luogo riservato alle corse, i rischi eccessivi e i costi ingiustificati. Avevo torto.
Fui praticamente costretto da un paio dei miei nuovi amici a comprare una tuta di pelle e venni trascinato a Vallelunga come un cane dal veterinario. Ovviamente, dopo i primi giri, mi e' piaciuto al punto che hanno dovuto praticarmi un'anestesia per farmi uscire.

La quinta volta che entrai in pista riuscii a girare in un tempo che mi avrebbe garantito un posto (in ultima fila) nella griglia di partenza della stockbike e la volta dopo migliorai ancora quel tempo. Cambiai moto per prenderne una specialistica e sperimentai il concetto di limite sbattendomi per terra in maniera disastrosa.

La morale e' che la pista e' un posto bellissimo dove ci si diverte e si impara molto.
La seconda morale e' che un idiota resta un idiota indipendentemente dalla strada che percorre: se fossi stato piu' umile e mi fossi chiesto se ero veramente in grado di spremere una moto da corsa avrei dovuto rispondermi "no" e non cercare di superare qualcuno evidentemente piu' bravo di me.
La terza ed ultima morale e' che anche gli idioti, a volte, sono fortunati: se avessi commesso la stessa imprudenza per strada, invece di spendere una barca di quattrini per riparare la moto, probabilmente adesso starei guardando le margherite crescere dal lato delle radici.

Sapendo quello che so oggi, soprattutto che continuo a non saper guidare, vi consiglio caldamente di prenotarvi per il corso di guida, sopportare il sudore freddo e il groviglio addominale che precede le "prime volte" e passare il cancello. E' una prova assurda in cui l'unica cosa veramente difficile e' decidere di farla. Poi, una volta in azione, si scopre che era una clamorosa cazzata, che si e' perfettamente in grado di godersi tutto il bello di qualcosa che, da lontano, sembrava l'Olimpo riservato agli dei, da vicino e' il piu' bel parco dei divertimenti del mondo e chiunque puo' entrare.
Si restera' sostanzialmente quello che si e', ma ognuno avra' fatto una cosa nuova, si sara' messo in discussione, avra' sopportato il confronto con le proprie debolezze e avra' vinto. Magari imparera' anche a frenare con la moto inclinata, a scartare elegantemente un ostacolo improvviso e a scalare, frenare, spostarsi e inclinare la moto con un unico, bellissimo gesto che e' poi l'essenza piu' pura della guida motociclistica. Se vi pare poco, allora avete perso tempo leggendo fin qui.

FC

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