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STORIE

Il paradiso sotto ai piedi

Flavio si lascia trasportare dall’entusiasmo quando parla dei signori F., amici di vecchia data di suo padre, i cui figli erano suoi compagni di gioco.
Ora ognuno ha la propria vita, la propria famiglia, non ci si vede mai, ci si sente sempre meno, purtroppo…
Li rivediamo per caso ad una festa di amici comuni. “Scusa, ma tu chi sei?” mi chiede lui sfacciato, lo sguardo complice, con una cadenza romanesca da vero signore, “sono la ragazza di Flavio” lo osservo, potrebbe essere mio padre. Annuisce e guarda il nostro abbigliamento “…e vai in moto anche tu?”. Lusingati dell’attenzione che riceviamo da parte di una coppia che potrebbe tranquillamente scegliere un’altra compagnia, la serata trascorre amabilmente; argomento principale: la passione per le moto. Pretende che gli diamo del tu, “Chiamami Agostino… io ho qualche pezzo d’epoca, sai” e poi … “venitemi a trovare un pomeriggio ve li faccio vedere”, scatta l’invito.

Mettete una domenica pomeriggio a casa dei signori F., non è mica una visita formale, non pensiate di andare da loro per sedervi in salotto a guardarvi le punte delle scarpe e parlare del tempo e del loro nipotino! Meno che mai a restare rintanati in casa a prendere un tè coi pasticcini…!
Con l’ultimo sole del pomeriggio, ci porta giù nel garage condominiale.
Apre una saracinesca: una Balilla del 1935! Mi si stampa un sorriso che non mi si leverà più fino a sera inoltrata… con lo sguardo comincio a passare in rassegna tutti i dettagli, comincio a balbettare, faccio un sacco di domande idiote. Andiamo per ordine.
La Fiat Balilla, presentata nel 1932 al Salone di Milano, fu fatta costruire per ordine del Duce, che voleva essere un’automobile popolare e infatti costava 10.000 Lire. Alla faccia della popolarità, mi siedo sul sedile posteriore e non posso fare a meno di notare alcuni particolari: per ripararsi dal sole, sul vetro posteriore si può tirare giù una deliziosa tendina a rullo con tanto di fiocchetto, mentre sullo schienale del sedile posteriore c’è un fazzoletto ricamato all’uncinetto. La tappezzeria interna è impeccabile, le parti interne di lamiera sono verniciate in modo che abbiano l’aspetto delle striature del legno (infatti ci si accorge che è lamiera solo toccandola: è fredda!), per non parlare della tecnologia dei comandi di bordo: contachilometri, tachimetro, manometro per l’olio, livello benzina, orologio (funzionante!), luce interna per l’abitacolo, e – naturalmente - tergicristallo, frecce, e una chicca: il parabrezza si può aprire! 990 cc. di cilindrata, 4 cilindri… POT POT POT BRUMM! … parte al primo colpo. Che bellezza! Perfetta.
“Andiamo al bar a prenderci un caffè!” Che spettacolo! Usciamo dal garage e sotto gli occhi dei passanti incuriositi, arriviamo davanti al bar, dove una macchina in seconda fila intralcia il passaggio. Colpo di clacson (beh, l’unico suono che gli si avvicina potrebbe essere, per i trentenni come me che se lo ricordano, il clacson di Herbie: “Il maggiolino tutto matto” della Disney) e finalmente troviamo parcheggio. Manovra il suo gioiellino con perizia Agostino, ed interloquisce orgoglioso coi curiosi che si avvicinano.
Il caffè al bar con la Balilla per lui è una cerimonia, “…ma a volte mi dimentico che sto guidando la Balilla, e mi sale la rabbia perché le macchine che mi stanno dietro non mi superano, anzi, mi s’incollano di più! Mentre quelli che mi superano poi mi rallentano davanti, oppure vedo sui marciapiedi tutti che si fermano e si girano a guardarmi …”
“Beh, è il prezzo della fama” gli dico. Anch’io quando vedo circolare un pezzo d’epoca lo indico subito a mia figlia. Perché credo che sia importante tramandare la memoria, anche solo visiva, di questi oggetti che hanno fatto la storia dei mezzi attuali. La Balilla di Agostino è stata apprezzata in tutta Italia ed ha partecipato a molti raduni, non disdegnando spostamenti di tutto rispetto (sempre alla velocità media di 70 km/h!). Quando dalla capitale è arrivata ad Ascoli Piceno, “pareva che il cambio l’avessero progettato apposta per le colline marchigiane” mi racconta non senza una punta di orgoglio… Naturalmente un cambio senza sincronizzatore (mi viene in mente la vecchia Cinquecento), “per scalare terza - seconda bisogna azzeccare il numero giusto di giri, senti?...” e ci fa ascoltare… terza… brum … GRUP … seconda. “Ecco, ora ha fatto GRUP”.
Siamo letteralmente affascinati… rientriamo a casa, il tempo di scattare qualche foto, per immortalare quei particolari che fanno della Balilla, come di ogni mezzo d’epoca tenuto con cura, un oggetto il cui valore è incalcolabile.
Scendiamo di nuovo in garage, lo lasciamo parcheggiare il suo gioiellino. Intuisco che il bello deve ancora arrivare…
Apre un’altra saracinesca. Mi sento piccolissima: di fatto il mio glorioso Honda CB400n del 1980 è un modello avveniristico, in confronto a "tanta storia". Ed è tutta lì davanti a me, nella semioscurità di un umile garage, dove spicca uno scintillio di cromature pulite con cura e di serbatoi verniciati a mano come si faceva una volta. Un garage che non odora di muffa: segno che viene frequentato spesso. Da dove cominciamo?
Il signor F. si aggira tra le sue "dilette" con fare sicuro, mentre nomina pezzi particolari e caratteristiche, saltando da un modello all'altro, come se io sapessi benissimo di cosa stia parlando. Devo interromperlo e chiedergli di andare con ordine, cosicché io riesca almeno ad annotare qualcosa, quantomeno i dati essenziali: nome, cilindrata e anno di produzione...
Nella mia sconfinata ingenuità ed ignoranza in materia, noto subito una giapponese dalle linee conosciute, infatti è un'Honda CB 350 supersport, 2 cilindri del 1974; una delle sue moto più recenti.
In fondo al garage riposano una Vespa 50 ancora con monosella, a tre marce, un Gilera Arcore 150 a 5 marce del 1974 ed un Solex 49cc., una specie di bicicletta a motore (i miei ricordi di qualcosa di simile si fermano al massimo al "mosquito").
Il piatto forte però sono le sue Guzzi: veri pezzi da museo.
C'è uno Zigolo, 2 tempi, 98 cc., un Airone 250 cc. del 1953, uno splendido Sport 15 del 1932 (500cc.), che dice di aver comperato perché ha la sua stessa età: fu la prima moto a montare un serbatoio "a sella", mentre le moto precedenti ce l'avevano fissato sotto al tubo del telaio.
Infine un rossissimo Falcone del 1950 (prodotto tra 1950 e 1967), 500 cc. Ci racconta di aver cercato di farlo avviare quella stessa mattina, ma senza successo. Era dovuto andare al "raduno" con la Balilla, anziché in moto. Ogni prima domenica del mese, infatti, si reca al punto di ritrovo del suo Club, e ci va sempre con una delle sue moto d'epoca (tutte ancora perfettamente funzionanti), o al massimo, con la Balilla.
"Tanto per fargli vedere come si fa, a quei quattro rammolliti degli altri soci - afferma sornione - che all'appuntamento ci vengono sempre con la macchina d'ultima generazione" ... coerente fino in fondo il nostro amico.
Proviamo a far ripartire il Falcone. Naturalmente l'accensione a pedivella di un 500cc. non è cosa a cui si assiste tutti i giorni, ormai. Dopo qualche spiegazione, mi rendo conto che guidare una moto a quei tempi non significava necessariamente essere in grado si saperle guidare tutte. La cosa più curiosa è l'infinità di leve/levette/manopole/pedali a me sconosciuti, che devono essere azionati al fine di far funzionare questi mezzi.
Innanzitutto la maggior parte di queste moto aveva solo 3 marce, alcune avevano il cambio "a mano" (penso ad una Renault 4 e scopro che non mi sono allontanata di molto): a destra del serbatoio dello Sport 15, infatti, c'è una leva a tre scatti, che si aziona quando si tira la leva della frizione, posizionata a sinistra del manubrio. Mi figuro mentalmente la sequenza, e sono certa che combinerei qualche guaio.
Oltre al cambio a mano, c'è il freno posteriore (i freni sono tutti rigorosamente a tamburo), che viene azionato con un pedale di tacco o di punta, a seconda del modello. Poi c'è la leva dell’aria (a destra del manubrio), che è un “arricchitore” di miscela, e la leva per l'anticipo, a sinistra del manubrio, che il signor F. ancora si domanda perché non sia stata mantenuta anche sulle moto "moderne", comoda com'è... e di cui io a malapena comprendo i vantaggi.
Last but not least, c'è anche una leva “alza-valvole”, fondamentale: senza quella, infatti, un 500cc. non potrebbe essere azionato a pedivella, perché la compressione sarebbe troppo forte.
Apre dunque tutti i rubinetti (olio e benzina) e riattacca la batteria, maneggia tutti quei comandi con sapienza, e alla fine il verdetto: "dev'essere la candela sporca! Ora la cambio" e in quattro e quattr'otto ha finito. Un paio di colpi decisi sul pedale e finalmente il Guzzi Falcone emette il suo gioioso e penetrante rombo di saluto.
“Lo vedi? Io il paradiso ce l’ho sotto i piedi” e sorride beato.

Alessandra Sisto

Motocicliste 2000