| VIAGGI
Tunisia
Sorvolo
sulla trasferta autostradale fino a Genova e anche sulle 24
ore di nave fino a Tunisi. Però quando siamo sbarcati
ed abbiamo sbrigato velocemente le formalità doganali
ci siamo finalmente immersi in questa realtà. Come
prima cosa ci siamo subito diretti a Cartagine per visitare
alcune dei resti di ciò che hanno importato i romani,
le Terme di Antonino e le Ville Romane. Non sono conservate
bene, noi possiamo calpestare gli stessi pavimenti guarniti
di mosaico che calpestavano 1500 anni fa, col rischio di rovinarli.
Sconfinando dalle ville romane la prima moschea su un promontorio
vicino al mare, al tramonto, con il portale dorato, dei colori
così belli che posso solo lasciarveli immaginare.
Il giorno dopo la visita è stata dedicata a Kairouan,
la 4^ città santa dell'islam. Mentre parcheggiavamo
un ragazzo del posto ci ha interpellati in italiano ed ha
finito per farci da guida. Questa è una caratteristica
del popolo locale, lo fanno per guadagnare qualcosa. Con lui
comunque abbiamo scoperto scorsi della città che altrimenti
avremmo ignorato. Grande moschea e scuola coranica a parte,
una menzione va fatta a proposito di un caffè in cui
un argano, fissato alla schiena di un dromedario che gira
in tondo in uno spazietto angusto, tira su acqua santa da
un pozzo. Beviamo un sorso d'acqua per dare una mano all'intestino
e proseguiamo la visita alla città, alle cisterne romane
ed alla moschea del Barbiere.
Seguiamo nuovamente la strada verso sud, dei dromedari pascolano
nei campi a fianco della strada. Alle porte della città
di El Jem già possiamo scorgere il monumento che la
caratterizza, un anfiteatro che pare il nostro colosseo.
Ma non siamo abbastanza a sud, vogliamo arrivare alle porte
del deserto, nella città di Tataouine in cui faremo
base per vedere gli Ksar e i Ghorfa, granai ed abitazioni
delle popolazioni predesertiche. Lungo tutti questi km abbiamo
notato che non passavamo inosservati,
mai, tutti ci guardavano quando passavamo, come minimo perché
molte persone ci salutavano o ci gridavano qualcosa. Non è
una sensazione che lascia tranquilli subito, bisogna farci
un po' l'abitudine e in 9 giorni noi non ce l'abbiamo fatta
più di tanto. Essere sempre e costantemente sotto osservazione
mette a disagio, specialmente se si considera che di donne
in giro ce ne sono poche. Ritornando al viaggio, Ksar Ouled
Soltane è una borgata fatta di case attorno ai granai,
in cima al cocuzzolo di una collina. Dei ragazzini del luogo
ci indicano la via per andare sui tetti e godere di una visuale
spettacolare.
Alla Moschea sotterranea ci arriviamo grazie ad un ragazzino
che sale sulla moto di Marco e lo guida per la strada giusta.
Ma siamo sicuri? È sterrata e va bene ma è anche
molto dissestata, Marco mi dà una mano ed arriviamo
nel parcheggio. La moschea è molto piccola, per salire
sul minareto si entra da una porta lillipuziana e la scala
non è da meno. Prego che la cordura non ne risenta
ed arrivo in cima, la terrazza è sempre minuscola in
paesaggio però è fantastico. Riaccompagnandoci
indietro la guida ci mostra i resti di abitazioni spiegandoci
in francese dove c'era la cucina, a dove c'erano i granai,
che il mulo è chiamato "taxi berbero" e che
oltre le montagne c'è il deserto del Sahara "beaucoup
de sable" (=molta sabbia).
Lasciato
il ragazzino al suo momento di gloria quando scende dalla
moto di Marco in mezzo ai suoi amici, cerchiamo la sistemazione
per la notte di capodanno. Dalla terrazza dell'albergo, alle
22.30, abbiamo chiaro il concetto che hanno qui del capodanno,
non lo notano, è un giorno di lavoro come un altro.
Solo pochi gruppi di adolescenti comprano delle torte per
festeggiare, riga.
La nostra conoscenza del deserto procede, la strada in rifacimento
tenta di impedircelo ma noi abbiamo la testa più dura,
alcuni tunisini su un Peugeot 404, vedendoci in difficoltà,
ci indicano la strada alternativa per Mattata. In questa cittadina
hanno girato "Guerre stellari" ispirati da case
berbere ricavate nel terreno a qui s'accede da una specie
di grande pozzo. I venditori di souvenir hanno in esposizione
piccole teche contenenti scorpioni e serpentelli che fanno
venire i brividi.
Proseguiamo, la direzione ora non è più sud
ma ovest, verso Douz, cittadina conosciuta dai fuoristradisti
sia in auto che in moto.
Lungo la strada però non possiamo ignorare le abitazioni
berbere, sia le tende sia le case di pietra che è un
eufemismo chiamare case. Sono aperture nel terremo, simili
a crepacci, chiusi sul davanti da una parete, la quale ovviamente
ha una porta. Il soffitto non c'è ma le parabole televisive
si.
Il paesaggio lungo la strada è desertico, viene da
pensare "se resto a piedi qui sono fregata" ma poi
il pensiero vola sulla sabbia e fa pensare a cosa c'è
più in là, a chi ci vive sempre, alle altre
forme di vita che lo popolano.
Douz
è una oasi in mezzo a tutto ciò, una piccola
sicurezza, mi è piaciuta tanto. Appena entrati in paese
sulla via principale spicca un meccanico di moto che sul marciapiede
ha un KTM 950. qui è pieno di fuoristradisti, ritroviamo
anche persone che avevamo già visto sul traghetto.
La presenza di questi ha fatto sì che la popolazione
locale sentisse più che altrove la mancanza di motociclette,
è pieno di motorini (Motobecane e Peugeot 103 su tutti)
e avvistiamo anche 2 motocicli con targa tunisina. Entrambe
sono di ragazzi che hanno un negozio nel mercato principale.
In uno di questi entriamo a fare acquisti e ci mettiamo chiacchierare
col ragazzo. Habib ci mostra un trofeo che Meoni gli ha autografato
e regalato e per informarci sulle tappe della Parigi Dakar
telefona direttamente a Jean Roma. (era veramente lui? Ci
siamo chiesti).
Purtroppo il nostro viaggio è itinerante, purtroppo
perché dobbiamo lasciare questa isola felice, direzione
Tozeur.
Prima però ci fermiamo a prendere un tè alla
menta, bevanda caratteristica del luogo, al mercato di El
Faouar. Quivi notiamo il caos sulla bancarella delle scarpe,
non sono esposte appaiate ma sparse, come se uno ne comprasse
una sola alla volta. rimaniamo sempre più senza parole.
Per arrivare a destinazione dobbiamo attraversare il lago
salato Chott El Jerid, una strada lo attraversa e oltretutto
si sta prosciugando lasciando una schiuma salata che rende
lunare il paesaggio.
Tozeur è una città che alcuni conoscono per
via di una canzone di Alice, ciò che la caratterizza
è il palmeto. Noi la usiamo come base, nel frattempo
ci rechiamo anche a Nefta, verso il confine algerino. La sera
a cena contravveniamo alle regole del buon viaggiatore e ci
mangiamo una pizza, non senza prima aver osservato la procedura
utilizzata dal pizzaiolo: prima sparge il pomodoro in tondo
sulla pasta poi ci mette il formaggio triturato. Ci è
andata molto bene e durante la cena assistiamo anche ad un
intorno fra indigeni, con la mamma di lei presente ma voltata
dall'altra parte.
Da questo giorno cambiamo nuovamente direzione, verso nord,
siamo all'interno, nella zona delle oasi di montagna. Ma montagne
veramente, coi tornanti come le nostre, non mi aspettavo proprio
i tornanti in Tunisia, secondo me non hanno neanche la parola
per definirli.
Cmq a Tamerza un ragazzo del luogo ci interpella in italiano
e ci fa da guida. Supero il momento di diffidenza e lascio
che ci conduca attraverso un canneto e un palmeto per vedere
proprio cos'ha da mostrarci: uno splendido canyon. Altroché
diffidenza, il sentiero è da capre ma il panorama ripaga
abbondantemente della fatica. Dopo che siamo tornati al parcheggio
si offre di mostrarci il sentiero di Rommel, la volpe del
deserto. Marco ha la geniale pensata di chiedergli prima quanto
vuole per tutto ciò. La cifra che ci spara per noi,
solo per una questione di principio, è troppo alta,
è 3/2 di una notte in doppia al grand hotel di Tozeur.
Alla fine cala perché vede che ce ne stiamo andando
però riflettiamo a lungo su questo episodio, e sul
fatto che se lui ha chiesto quei soldi è perché
trova gente che glie li dà, senza contare che là
bisogna contrattare ogni tariffa.
In sostanza percorriamo il sentiero di Rommel, il quale è
tutto in sterrato, terra battuta e lastroni di cemento. Rommel
lo fece costruire per attraversare la Tunisia, dall'Algeria
alla Libia. La strada è dissestata, ha pendenze forti
e tornanti strettissimi. In alcuni punti mi faccio aiutare
da Marco ma nella maggior parte delle volte me la sono cavata.
Sono contenta di me. Come ultima visita Midès, l'aranceto
sotto i palmeti, cambio i nero e i primi datteri della mia
vita.
Fine del giro, riportiamo Farouk (la ns guida) al suo paese
e riprendiamo la strada verso nord.
A nord della Tunisia la presenza dei romani si fa sentire,
sia per le Cisterne di Gafsa, che per le rovine di Sbeitla
che per le case sotterranee di Bulla Regia. Queste meritano
veramente di essere viste, le abitazioni hanno il soffitto
all'altezza del suolo esterno e vedere i colonnati sotterranei
è uno spettacolo impressionante, non tantissimo ma
un po' si. Soprattutto fa pensare ai romani ed alle soluzioni
da loro adottate. Anche qui ci sono molto bei mosaici sul
pavimento e non sono affatto protetti dai visitatori, addirittura
nell'ultimo che abbiamo visitato ci portano a pascolare gli
ovini.
Il giro è agli sgoccioli, da ultimo abbiamo tenuto
Tunisi, dato che il traghetto parte alle 18.00, orario in
cui noi cmq non giriamo più visto l'abitudine che hanno
qui di non accendere i fanali.
Il suq è un mercato coperto ma non come i nostri, of
corse, è come un portico ma non con un lato aperto
sulla strada bensì un'altra fila di negozi. Mi sto
chiedendo da dove prendesse luce.
Ci addentriamo nel suq della capitale e arriviamo davanti
alla grande moschea che chiude proprio in quel momento, alle
12.00. Che barba però uno del luogo ci dice che ci
mostrerà la scala per salire sulla terrazza. La visuale
da qui è, per un europeo, molto deludente, l'idea generale
è di sporco, disordine e povertà, chissà
come la trovano i tunisini.
Camminando per il suq, i negozi che si susseguono, vendono
indumenti, oggetti in argento e souvenir. Perdercisi dentro
è un attimo ed infatti per uscire rifacciamo 2 volte
la stessa strada perché così avevamo fatto all'andata.
Quando usciamo andiamo a riprendere le moto che avevamo lasciato
in una corte chiusa con un guardiano che ci impressiona.
Abbiamo fatto il pieno di Tunisia, o forse è solo perché
l'ora di riprendere il traghetto si avvicina ma restiamo fermi
in un'area di servizio 2-3 ore tra fare benzina, mangiare
e scrivere il impressioni. Ogni tanto l'addetto alle pompe
della benzina viene a fare 4 chiacchiere ma non comincia bene
perché dice "italiano, mafioso, cosa nostra".
Finito di riprenderci e fatto provviste per il viaggio in
nave, ce ne andiamo al porto con buon anticipo, a noi pare.
Le formalità doganali però occupano un lasso
di tempo infinito. Senza parlare le formalità per sbarcare
a Genova, stanchi e con la voglia di arrivare a casa per riprenderci
definitivamente, ci hanno tenuti fermi 2 ore più del
dovuto, oltre al ritardo di 2 ore con cui era partita la nave.
Un disastro.
Siamo arrivati a casa all'una di notte della mattina del 7
gennaio.
Silvia |