| VIAGGI
Tunisia
“GOOO-TOOO!”
Avete
mai passato l’aspirapolvere negli stivali da enduro?
Domenica scorsa l’ho fatto.
No, non sono pazza, erano solo ancora pieni di sabbia dopo
il raid fatto la settimana prima in Tunisia guidati dalla
mitica Enrica Perego.
Erano almeno un paio d’anni che progettavo questo viaggio,
che per vari motivi ho dovuto rimandare più volte,
e nel frattempo sognavo il deserto scorrazzando sulle nostre
spiagge, ahimè senza dune.
Faccio enduro dal 2004, ma sinceramente ero molto titubante
sul fatto di poter riuscire ad affrontare un’avventura
del genere, soprattutto avevo paura di non riuscire a far
fronte alla fatica… Quindi ho cercato un viaggio che
mi permettesse di ritornare alla base ogni sera o comunque
di rimanere in albergo se un giorno fossi stata troppo stanca
per proseguire.
Così approfittando del solito periodo tranquillo
al lavoro, telefono ad Enrica e lei, sempre molto disponibile,
esauriente e soprattutto paziente, mi fornisce tutte le informazioni.
Ok, si può fare e in quattro e quattr’otto io
e mio marito decidiamo di partecipare, se pur con mille incertezze
da parte mia.
Mi entusiasma da morire organizzare un viaggio, andarmi a
guardare infinite volte l’itinerario sulle mappe e cercare
quante più notizie posso, poi qualche giorno prima
comincia la tremarella… Ce la farò?
Così cominciano i preparativi e io sono in preda all’ennesimo
dubbio: per fare fuoristrada uso un’Honda Easy 230,
ma ho anche un Ktm 525 supermotard. Una è piccola e
docile, l’altra ha dimensioni normali e tanti cavalli.
Alla fine la scelta ricade sul 525, del resto due anni prima
l’avevo comprato apposta in versione desert, appunto
in previsione di andarci nel deserto. Così, accettando
il compromesso di guidare con delle sospensioni durissime
e con un motore che conosco bene praticamente solo su asfalto,
abbiamo montato delle ruote da enduro sull’ex supermotard.
A posteriori posso dire che anche con l’Hondina avrei
fatto tranquillamente tutto il viaggio, ma l’altra è
stata sicuramente più divertente.
Si parte
Ci siamo, è il 1 novembre, partiamo per Genova di buon
ora, ci aspetta un tragitto abbastanza lungo di circa 450
km. Il viaggio lo facciamo quasi tutto con pioggia e tempo
bruttissimo e sono un po’ in pensiero per il mare mosso.
All’uscita dell’autostrada incontriamo il nostro
primo compagno d’avventura, Lorenzo. Faremo con lui
tutto il viaggio di andata, scoprendo che ora fa il meccanico,
ma da ragazzo è stato campione di enduro juniores ed
ha anche gareggiato con i kart… andiamo bene, noi siamo
dei normalissimi enduristi della domenica!!!
Dopo poche formalità in Italia finalmente ci imbarchiamo,
per arrivare dopo 24 ore a Tunisi.
Scesi dalla nave comincia la trafila della dogana: timbra
qua, timbra là, segna le moto sul passaporto e così
via. I miei due angeli custodi se la cavano benissimo col
francese, tutto fila liscio e in poco più di mezz’ora
siamo sulla strada in direzione Kairouan, dove ci attende
il primo albergo.
E’ buio, ancora non si vede il panorama e la mattina
successiva scopriremo con sorpresa che, fatta eccezione per
pochi agglomerati di case, siamo praticamente in mezzo al
nulla.
Tra le altre cose Enrica ci aveva avvertito di viaggiare il
meno possibile di notte, adesso ho capito il perché:
sia su strada, che in autostrada, non è raro incontrare
gente che attraversa a piedi, chi fa autostop, chi si muove
contromano in bicicletta senza luci… per non parlare
dei dromedari che credo abbiano un istinto suicida, tanto
è vero che ci sono anche cartelli stradali (rimpiango
di non averne fotografato uno) che avvertono del pericolo.
La mattina del 3 partiamo alla volta di Douz, circa 300/350
km più a sud. Il cielo anche qui è nuvoloso,
piove un pochino; ci siamo portati dietro dall’Italia
la solita “nuvola dell’impiegato”.
Si susseguono i paesini e cominciano ad apparire tantissimi
carretti che vendono ai lati della strada peperoncini essiccati
(con cui viene preparato un composto alla nitroglicerina,
l’Harissa, una sorta di crema che si mangia col pane),
datteri e melograni; ci sono anche i caratteristici “distributori”:
banchetti accanto ai quali sono ammassate pile di taniche
di benzina. In mancanza di distributori ci si organizza come
si può.
Avvicinandoci alla mèta aumentano i palmeti, sono davvero
tanti e ci sono vere e proprie montagne di datteri (freschi
sono eccezionali); sembra impossibile in una regione così
secca.
Verso l’ora di pranzo raggiungiamo Douz, dove ci aspettano
Enrica, Max, ovvero la nostra guida, e Paolo, altro ex pilota
di enduro… e io mi preoccupo sempre più.
Avremo due sorprese: l’albergo è magnifico, abbiamo
una stanza enorme e ci sono ben due piscine, un vero lusso
in mezzo al deserto; seconda cosa è che siamo letteralmente
alle porte del Sahara, infatti in fondo alla strada si scorgono
le prime dune.
Se prendete in mano una carta della Tunisia, vedrete che sotto
Douz non c’è più nulla, solo un’enorme
“macchia” gialla: è il deserto. Non so,
ma a me ha fatto una certa impressione pensare di trovarmi
ai margini di quella meraviglia e del “nulla”.
A scuola
Visto che abbiamo ancora un paio d’ore di luce ci incoraggiano
a fare un giretto di prova con le moto, per capire cosa ci
avrebbe aspettato il giorno dopo. Siamo un po’ stanchi,
ma approfittiamo.
Parto, in piedi sulle pedane, peso arretrato, gomiti larghi,
affronto la prima duna, sarà alta circa un metro, cerco
di salirci come avrei fatto su una montagnola di terra. Puf,
mi ci infilo letteralmente dentro! C’è qualcosa
che non va…
Enrica elargisce i primi rudimenti su come affrontare questi
ostacoli. Bisogna cercare di aggirarli zigzagando sul duro
finché è possibile, ma quando diventa tutta
e sola sabbia bisogna essere veloci nello scegliere il percorso,
passare dove la sabbia è più scura, evitando
le zone chiare che sono più soffici e dove si affonda.
Quando ci si insabbia per uscire bisogna inclinare su un fianco
la moto, far andare un po’ di sabbia sotto la ruota
e - meglio senza salire in sella - dare gas con delicatezza
finché non si torna a galla.
Altra cosa: sulla sabbia bisogna galleggiare e stare “leggeri”,
a volte serve anche solo pensarlo. Questa è una cosa
che fortunatamente mi riesce meglio di quello che credevo.
Spesso ci si trova a dover percorrere piste ricoperte di sabbia,
è un po’ come andare in spiaggia sulla sabbia
smossa, si deve tenere il peso arretrato e il gas costante
e tutto funziona come per magia. Questo è uno dei casi
in cui la velocità è inversamente proporzionale
alla fatica.
Ultimo consiglio: sulla sabbia, o meglio sulle dune, si guida
tranquillamente da seduti, l’importante è mantenere
una posizione al limite tra sella e parafango posteriore.
Così facendo si evita di caricare l’anteriore,
cosa che può accadere stando in piedi, e di conseguenza
di affondare.
Una delle cose più difficili è scegliere le
traiettorie, ci vuole un po’ d’esperienza, ma
dopo un paio di giorni si capisce abbastanza come funziona,
sebbene le dune non siano tutte uguali.
Ci sono quelle soffici da entrambe i lati (pancia e schiena),
quelle soffici solo in alcuni i punti e quelle dure, ovvero
quelle più grandi e “vecchie”, che non
subendo più di tanto gli effetti del vento hanno un
fondo relativamente duro.
Il problema di questo terreno è affrontare le discese
e solo quando si capisce che è necessario percorrerle
dando gas (altrimenti ci si ferma immediatamente) tutto diventa
più semplice. In effetti la cosa è abbastanza
intuitiva e si impara in fretta.
Dopo poco più di un’ora di scuola e una sudata
incredibile, siamo pronti per la cena, dove incontreremo tutti
gli altri ragazzi.
Troveremo gli altri partecipanti che sono arrivati in aereo,
ovvero Alessandro (al suo debutto in fuoristrada), Filippo,
Elio e Giorgio.
Come al solito sono l’unica ragazza, Enrica ci seguirà
con la jeep, spero solo di non rallentare troppo il gruppo.
Il raid
Come prevedevo la notte prima non ho chiuso occhio per la
tensione, ma giunti al momento cruciale tutti mi incoraggiano
e finalmente si parte.
Come prima giornata andremo verso il grande lago salato, Chott
El Jerid. Ancora non ho ben chiaro quello che mi accade attorno,
è tutto quasi surreale. Cerco di impegnarmi al massimo,
ma sono ancora tesa.
C’è una leggera pioggia che non ci dispiace affatto,
perché non fa alzare la temperatura e rende un po’
più compatta la sabbia.
Anche stavolta non ci siamo smentiti con la nostra nuvola
Fantozziana al seguito, facendo piovere nel deserto dopo ben
10 anni!
Iniziano le prime dune, sono infide, perché sofficissime.
Ci insabbiamo più o meno tutti, così appena
usciti da quel piccolo labirinto ci dirigiamo verso una pista,
decisamente più facile e scorrevole. E ancora una volta
mi diverto tantissimo a galleggiare su quel terreno così
soffice.
Ogni tanto ci concediamo una sosta nei caratteristici “Cafè”,
ovvero delle tende berbere in cui si possono bere bevande
fresche o il caratteristico the alla menta.
Arriviamo sani e salvi alla fine della prima giornata: ce
l’ho fatta! Forse perché mi aspettavo chissà
cosa, ma in fondo non c’è stato nulla di impossibile.
Per questo devo anche ringraziare quel santo di mio marito,
che con la sua infinita pazienza mi ha aiutato, per tutta
la durata del raid, a risollevarmi ogni volta che finivo arenata.
Devo anche dire che ci è stato molto utile l’interfono,
che ci ha permesso di comunicare da moto a moto fino a qualche
centinaio di metri di distanza, in modo da poter ricevere
suggerimenti sul punto migliore in cui passare e così
via.
Arrivati alla base siamo tutti abbastanza stanchi e scopriamo
con piacere che accanto alla piscina coperta ci sono anche
due vasche idromassaggio con l’acqua calda, veramente
ristoratrici dopo una giornata in moto.
La mattina successiva sono in balìa dell’acido
lattico, anche perché non sono affatto allenata.
Decido così di riposare, approfittando dell’ultima
giornata in cui la sera si rientra alla base di partenza,
e faccio il giro in jeep a fianco di Enrica.
Un po’ me ne sono pentita, perché abbiamo percorso
la “pista dei carretti” fino a Cafè la
Porte du Desert, quasi completamente di sabbia e sarebbe stato
davvero molto divertente.
Ad un paio di chilometri da Cafè du Desert incontriamo
tre ragazzi Cecoslovacchi, uno di loro ha rotto un cuscinetto
ed Enrica li aiuta a sostituirlo. La cosa buffa è vedere
questi tre omoni che assistono increduli mentre una donna
li tira fuori da noie meccaniche. Quando poi hanno saputo
con chi avevano a che fare, ovvero una campionessa di motorally,
hanno insistito per fare una foto assieme a lei, a testimonianza
dell’accaduto.
Alla sera sono decisamente più riposata e pronta per
ripartire per le tre giornate successive non stop.
Il terzo giorno la mèta è El Midah, dove dormiremo
in tenda, così la sera prima prepariamo i bagagli con
l’indispensabile per trascorrere fuori due notti e carichiamo
tutto il resto sul furgone, che ci verrà riconsegnato
l’ultimo giorno.
I ragazzi, che sono decisamente più veloci, decidono
di fare il “go-to” (diventato il tormentone della
vacanza), ovvero si dirigono direttamente verso il punto di
arrivo, scavalcando diversi cordoni di dune.
Io e Alessandro invece scegliamo l’opzione soft, precedendo
la jeep che ogni tanto ci indica la strada. Ci ricongiungiamo
col gruppo dei ragazzi prima a pranzo e poi al bivacco, dove
ci accamperemo. Queste dune sono decisamente più alte
delle precedenti e comincio a preoccuparmi… invece salgo
con una facilità impressionante, molto meglio che su
quelle piccole e fitte.
Arriviamo a destinazione presto e subito cominciamo a preparare
il campo finché c’è luce, visto che alle
17 inizia a far buio.
Raccogliamo la legna (incredibile, ma si trova) e montiamo
le tende, mentre Enrica allestisce un banchetto degno dei
migliori campi scout, con tanto di tavolo, sedie e pasta all’amatriciana.
La serata procede davanti al fuoco, dove ci raccontiamo aneddoti
e barzellette sotto un incantevole cielo tempestato di stelle.
Poi tutti a nanna presto, anche perché siamo stanchissimi
e alle 22 siamo già tutti in tenda.
Appena cala il sole la temperatura scende di parecchio, non
credevo che si potesse arrivare a 3/4 gradi a novembre!
Così come ci siamo addormentati presto, anche la mattina
ci si sveglia più o meno all’alba ed è
divertente scoprire quanti tipi di animaletti si aggirino
di notte nel deserto, infatti intorno alle tende è
pieno di impronte, per lo più di topolini.
Facciamo colazione, con tanto di cappuccino, e ci troviamo
di nuovo a cavalcare dune e percorrere piste per raggiungere
la prossima mèta, ovvero un campo tendato.
Passiamo per l’oasi di Ksar Ghilane, nota per la sorgente
d’acqua calda, in cui si può fare il bagno. Ci
dividiamo ancora una volta e una metà del gruppo raggiunge
l’accampamento facendo il “go to”, mentre
i rimanenti percorrono le piste.
Al tramonto arriviamo a Zmela, un posto da sogno con tende
berbere (allestite con brandine, lenzuola e coperte) e addirittura
ristorante e bagni; un po’ come in campeggio, con la
differenza che siamo in mezzo al deserto.
La cucina è ottima e ancora una volta andiamo a dormire
presto e dormiamo come ghiri. La mattina successiva per colazione
ci preparano il pane fresco cotto sotto la brace.
Siamo arrivati all’ultimo giorno. Si comincia con l’attraversare
una serie di dune, poi una lunga pista sassosa, per passare
infine alle montagne. E’ quasi impensabile, non credevo
che si potessero trovare mulattiere in Tunisia! Ci sono diversi
saliscendi, nemmeno troppo bassi, mancano solo gli alberi.
Attraversiamo delle bellissime valli, se così si possono
chiamare, note soprattutto per il fatto che ci è stato
girato uno degli episodi di “Star Wars”; a me
ricordano tantissimo le praterie Americane e il Grand Canyon.
Ci sono un cielo ed una luce incredibili, sembra davvero di
essere in un film.
E’ fatta, siamo arrivati a Tataouine, ci aspetta un
confortevole hotel. Sono un po’ triste, perché
la vacanza è finita e ci si deve salutare, anche se
in fondo mi sembra di esser fuori casa da un mese e mi mancano
i nostri tre gattoni.
Sarebbe stato troppo scontato raccontare quest’avventura
come “la mia Africa”, ma non è altrettanto
scontato dire che il mal d’Africa esiste. Oggi posso
dire che credo mi sia rimasto davvero un pezzettino di Sahara
nel cuore (e a dire la verità anche negli stivali!).
Ho iniziato a viaggiare in moto da un paio d’anni,
ogni volta si trovano posti, situazioni e culture diverse,
ma questa è probabilmente una delle vacanze più
affascinanti che abbia mai fatto, forse perché così
lontana da tutto e serve letteralmente a staccare la spina
con tutto quello che ci circonda ogni giorno. Merita davvero
di essere fatta.
A distanza di poco più di una settimana ho ancora quei
meravigliosi paesaggi nella mente, non riesco a pensare ad
altro che alla prossima volta in cui potrò tornarci
e mi rimane solo un interrogativo: Libia o Marocco?
Laura
VIENI CON
MOTOCICLISTE ED ENRICA PEREGO
IN TUNISIA A CAPODANNO
CON MOTO E PERCORSO STRADALI OPPURE DA ENDURO

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